Salta al contenuto principale

CIS Sardegna | Intelligent Systems Governance & Reality-as-a-Service

Quelli che fanno ridere gli altri

di Nicola Pirina

C’è una frase attribuita a Robin Williams che continua a circolare, molti anni dopo la sua morte.

Dice, più o meno, che le persone più tristi sono spesso quelle che fanno di tutto per rendere felici gli altri, perché sanno cosa significhi stare male e non vorrebbero che qualcun altro provasse la stessa cosa.

Non sappiamo con certezza se Robin Williams l’abbia davvero pronunciata.

Ma sappiamo che contiene una verità.

Ed è una verità che tendiamo a dimenticare.

Noi degli altri sappiamo pochissimo.

Vediamo quello che mostrano.

Un sorriso.
Una battuta.
Una risposta gentile.
Un uomo che entra in una stanza e riesce a far ridere tutti.
Una donna che si ricorda del compleanno degli altri.
Quello che telefona sempre per sapere come stai.
Quella che, quando qualcosa va storto, trova comunque il modo di alleggerire il peso.

Vediamo il gesto.

Quasi mai il prezzo.

Ci sono persone che hanno imparato la gentilezza proprio attraversando luoghi nei quali gentilezza non ne hanno ricevuta.

Persone che conoscono la solitudine e per questo si accorgono immediatamente di chi è rimasto solo.

Persone che hanno conosciuto l’esclusione e per questo lasciano istintivamente un posto libero al tavolo.

Persone che sono state ferite dalle parole e che, proprio per questo, scelgono con attenzione quelle da usare con gli altri.

È uno dei paradossi più belli dell’essere umano.

Il dolore non rende necessariamente migliori.

Può indurire.
Può chiudere.
Può generare rabbia.

Ma qualche volta accade qualcosa di straordinario.

Qualcuno decide che ciò che ha ricevuto non sarà ciò che restituirà.

Interrompe la catena.

Ha conosciuto la durezza e sceglie la delicatezza.

Ha conosciuto l’abbandono e sceglie la presenza.

Ha conosciuto l’umiliazione e sceglie il rispetto.

Ha conosciuto il buio e, invece di maledire il buio, comincia ad accendere piccole luci intorno a sé.

Non perché sia ingenuo.

Esattamente per il contrario.

Perché sa.

La sensibilità non è una debolezza

Abbiamo costruito una società che premia moltissimo la capacità di imporsi e troppo poco quella di comprendere.

Celebriamo chi parla forte.

Chi decide velocemente.

Chi non mostra esitazioni.

Chi sembra impermeabile.

Abbiamo trasformato perfino la vita quotidiana in una piccola gara di resistenza emotiva.

Non farti toccare.

Non mostrare fragilità.

Vai avanti.

Produci.

Rispondi.

Sii performante.

E invece alcune delle persone più preziose che incontriamo possiedono esattamente la caratteristica opposta.

Si lasciano toccare dalle cose.

Sentono.

Percepiscono una sfumatura nella voce.

Notano uno sguardo che dura un secondo più del necessario.

Capiscono che dietro un “tutto bene” potrebbe esserci una frase completamente diversa.

Questa cosa la chiamiamo sensibilità.

Qualche volta quasi con imbarazzo.

Come fosse un difetto di fabbricazione.

Io credo invece che la sensibilità sia una delle forme più sofisticate dell’intelligenza umana.

Perché significa accorgersi dell’altro.

E accorgersi dell’altro, oggi, è quasi rivoluzionario.

Non sappiamo cosa sta combattendo chi abbiamo davanti

Questa dovrebbe essere una specie di legge morale minima della convivenza.

Prima di giudicare qualcuno, ricordati che probabilmente possiede una parte di storia che non conosci.

Non significa giustificare tutto.

Non significa rinunciare alla responsabilità.

Non significa trasformare ogni errore in una ferita da comprendere.

Significa semplicemente introdurre un margine di umanità nel giudizio.

Perché dietro comportamenti apparentemente incomprensibili possono esserci lutti, paure, fallimenti, solitudini, stanchezze.

E soprattutto esistono battaglie silenziose.

Quelle che non producono certificati.

Quelle che non compaiono nelle fotografie.

Quelle che una persona combatte la mattina mentre si veste, poi esce di casa, incontra gli altri e dice: “Buongiorno.” E magari sorride pure.

Robin Williams ha rappresentato per milioni di persone la capacità quasi sovrumana di generare felicità.

Poteva trasformare il linguaggio in una cascata.

Cambiare voce, personaggio, ritmo, espressione in pochi secondi.

Sembrava possedere un surplus di vita.

Ed è forse anche per questo che la sua storia continua a impressionarci.

Ci ricorda che la luce che qualcuno dona agli altri non misura necessariamente la quantità di luce che possiede dentro di sé.

A volte è persino il contrario.

La gentilezza dovrebbe diventare una competenza sociale.

Forse dovremmo smettere di considerare compassione, solidarietà e delicatezza come semplici qualità private.

Sono infrastrutture sociali.

Una comunità nella quale le persone si accorgono degli altri funziona meglio.

Un luogo di lavoro nel quale qualcuno può dire oggi faccio fatica senza essere immediatamente considerato debole è un luogo migliore.

Una scuola nella quale un ragazzo viene visto prima ancora di essere valutato è una scuola migliore.

Una città nella quale l’anziano, il fragile, lo straniero, il povero, il solo non diventano trasparenti è una città migliore.

Una società incapace di compassione può essere efficientissima.

E restare comunque profondamente incivile.

Perché possiamo costruire intelligenze artificiali potentissime, città intelligenti, robot umanoidi, economie automatizzate.

Ma se perdiamo la capacità elementare di capire quando un altro essere umano sta soffrendo avremo semplicemente costruito una civiltà tecnologicamente avanzata e umanamente arretrata.

Ed è un futuro che non mi interessa.

Le persone delicate vanno rispettate

C’è poi una cosa che dovremmo imparare.

Le persone sensibili non vanno continuamente messe alla prova.

Non bisogna verificare fino a quale punto sopporteranno.

Non bisogna confondere la disponibilità con l’assenza di limiti.

Non bisogna pensare che chi perdona non senta.

Anzi.

Spesso sente molto più degli altri.

Solo che ha scelto di non trasformare tutto ciò che sente in violenza verso il mondo.

Ed è una scelta enorme.

Dietro certe persone gentili c’è una disciplina invisibile.

Ci sono parole che avrebbero potuto pronunciare e non hanno pronunciato.

Vendette che avrebbero potuto consumare e hanno lasciato cadere.

Ferite che avrebbero potuto distribuire e hanno deciso di trattenere.

Non è debolezza.

È forza sotto controllo.

Forse la vera eleganza è questa

Non sappiamo quanto tempo abbiamo.

Non sappiamo davvero cosa stia attraversando chi ci cammina accanto.

E allora forse possiamo permetterci qualche gesto apparentemente inutile.

Telefonare.

Ascoltare cinque minuti in più.

Chiedere due volte “come stai?”, perché la prima risposta quasi sempre è automatica.

Lasciare parlare.

Non deridere una fragilità.

Non usare una confidenza come arma nella prima discussione disponibile.

Dire grazie.

Dire scusa.

Dire “ci sono”.

Sono gesti minuscoli.

Nessuno finirà nei libri di storia per averli compiuti.

Eppure esistono giornate nelle quali una parola detta al momento giusto tiene insieme una persona.

Noi spesso non lo sapremo mai.

Forse va bene così.

La bontà autentica non ha bisogno della ricevuta.

Bisogna avere cura delle persone che hanno cura

E infine dovremmo ricordarci proprio di loro.

Di quelli che fanno ridere tutti.

Di quelli che organizzano.

Di quelli che risolvono.

Di quelli che arrivano quando c’è bisogno.

Di quelli ai quali telefoniamo quando qualcosa va storto.

Ogni tanto sarebbe bello domandare anche a loro:

“E tu, come stai davvero?”

Perché persino chi regge gli altri qualche volta avrebbe bisogno di essere retto.

Persino chi porta luce può attraversare il buio.

Persino chi fa ridere una stanza intera può avere bisogno, una sera, che qualcuno rimanga seduto accanto a lui senza chiedergli di essere divertente.

Forse è questo il senso più profondo di quella frase attribuita a Robin Williams.

Non trasformare il dolore in una mitologia romantica.

Non immaginare che per essere profondi si debba soffrire.

Ma comprendere che esiste una possibilità meravigliosamente umana:

prendere ciò che ci ha feriti e decidere che attraverso di noi non ferirà qualcun altro.

È così che il dolore smette almeno in parte di essere inutile.

Diventa attenzione.

Diventa compassione.

Diventa solidarietà.

Diventa una mano posata sulla spalla di qualcuno nel momento esatto in cui ne aveva bisogno.

Non salveremo sempre le persone.

Non possiamo.

Ma possiamo fare in modo che, almeno per un tratto di strada, nessuno debba sentirsi completamente solo.

E forse, in questa nostra esistenza fragile, velocissima e abbastanza incomprensibile, è già una delle cose più grandi che possiamo fare gli uni per gli altri.