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CIS Sardegna | Intelligent Systems Governance & Reality-as-a-Service

L’Italia non dovrebbe funzionare. E invece funziona.

di Nicola Pirina

Appunti per una teoria della resilienza italiana

Abstract

Esiste una domanda sull’Italia che formuliamo quasi sempre al contrario.

Ci chiediamo perché cresca poco. Perché perda produttività. Perché faccia pochi figli. Perché abbia salari insufficienti, un debito pubblico enorme, divari territoriali persistenti, una macchina amministrativa complessa, una pressione fiscale elevata, un sistema educativo che fatica a colmare le disuguaglianze e un ambiente regolatorio che spesso trasforma l’iniziativa economica in una corsa a ostacoli.

Sono domande legittime.

Ma forse ne esiste un’altra, intellettualmente più interessante.

Come fa l’Italia, nonostante tutto questo, a essere ancora l’Italia?

Come può un Paese sottoposto da decenni a tali tensioni rimanere una delle maggiori economie avanzate del pianeta, appartenere al G7, esportare centinaia di miliardi di euro di beni, mantenere una delle maggiori piattaforme manifatturiere europee, generare sistematicamente un enorme avanzo commerciale nei prodotti non energetici e conservare una capacità diffusa di produrre, adattarsi, progettare, commerciare e creare valore?

Forse abbiamo studiato troppo a lungo i difetti dell’Italia e troppo poco la misteriosa forza che continua a compensarli.

Ed è possibile che proprio lì, dentro quella forza quasi invisibile, si nasconda una delle più grandi riserve strategiche del Paese.

Il paradosso italiano

L’Italia è una grande economia che presenta contemporaneamente molte caratteristiche che ci aspetteremmo di trovare in un Paese assai meno forte.

La crescita rimane modesta. Il debito pubblico condiziona le politiche economiche. La popolazione invecchia. La natalità continua a diminuire. Nel 2025 sono nati circa 355.000 bambini e la fecondità è scesa a 1,14 figli per donna. Il saldo naturale è stato negativo per circa 296.000 persone.

Nel lavoro la pressione fiscale e contributiva resta molto elevata: secondo l’OCSE, nel 2025 il cuneo fiscale per un lavoratore single con salario medio è stato del 45,8%, contro una media OCSE del 35,1%. L’Italia aveva il quinto valore più elevato tra i 38 Paesi considerati.

Il capitale umano presenta contraddizioni altrettanto profonde. La quota di giovani privi di diploma secondario superiore è diminuita, ma nel 2024 era ancora pari al 19%, contro il 13% medio OCSE. E il 37% degli adulti italiani presenta competenze di literacy collocate nei livelli più bassi rilevati dall’OCSE.

La sanità racconta la stessa storia, solo apparentemente contraddittoria: l’Italia spende meno della media OCSE in rapporto al PIL, presenta carenze significative in alcune dotazioni e nella forza lavoro infermieristica e registra una soddisfazione dei cittadini per la disponibilità di cure di qualità molto inferiore alla media OCSE. Eppure la speranza di vita raggiunge 83,5 anni, 2,4 anni sopra la media OCSE, mentre mortalità prevenibile e trattabile sono entrambe significativamente inferiori alla media.

Ovunque si guardi compare la stessa figura.

Un sistema che sembra possedere prestazioni superiori alla qualità apparente di alcuni suoi meccanismi.

È questa la stranezza che merita di essere studiata.

Siamo migliori di come ci organizziamo

Potrebbe essere questa la prima ipotesi.

L’Italia è migliore delle proprie istituzioni organizzative.

Non significa affermare che le istituzioni siano inutili, né che tutte funzionino male. Sarebbe una semplificazione altrettanto infantile della celebrazione retorica del “genio italiano”.

Significa qualcosa di più sottile.

Esiste uno scarto tra la capacità potenziale della società italiana e la capacità del sistema di trasformarla pienamente in sviluppo.

Gli italiani hanno imparato a vivere dentro questo scarto.

Hanno costruito imprese non perché fosse facile costruirle, ma spesso malgrado non lo fosse.

Hanno internazionalizzato aziende partendo da distretti, paesi, capannoni e famiglie.

Hanno esportato senza possedere sempre gigantesche multinazionali.

Hanno innovato frequentemente senza chiamare innovazione ciò che facevano.

Hanno creato filiere industriali in territori nei quali le infrastrutture erano insufficienti.

Hanno finanziato imprese con capitale familiare quando il mercato dei capitali non funzionava.

Hanno costruito reti personali quando mancavano reti istituzionali.

Hanno sostituito con relazioni, adattamento e creatività ciò che altri sistemi offrivano attraverso procedure più efficienti.

È una forma di resilienza.

Ma anche una forma costosa di resilienza.

L’impresa come infrastruttura civile

Qui emerge forse il tratto più sorprendente.

L’Italia è una società fondata sull’impresa molto più di quanto la sua cultura pubblica sembri riconoscere.

Piccole aziende, laboratori, studi professionali, commercianti, artigiani, industrie familiari, aziende agricole, cooperative, imprese tecnologiche, distretti produttivi.

Una densità imprenditoriale che non costituisce soltanto una struttura economica.

Costituisce una infrastruttura sociale.

Un piccolo imprenditore non produce soltanto fatturato.

Tiene aperto un pezzo di territorio.

Forma lavoratori.

Mantiene competenze.

Compra da altri fornitori.

Finanzia indirettamente comunità.

Trasmette conoscenze.

Assorbe shock.

Riprova.

Fallisce.

Ricomincia.

E milioni di queste micro decisioni producono qualcosa che nessun piano industriale nazionale potrebbe costruire dall’alto.

Producono resilienza distribuita.

La Commissione europea continua infatti a sottolineare il ruolo strutturale delle PMI nel sistema produttivo europeo; nel 2026 ne censisce circa 34 milioni nell’Unione. L’Italia appartiene precisamente a quella particolare tradizione economica continentale nella quale l’impresa diffusa costituisce una parte essenziale della capacità produttiva.

Il punto interessante diventa allora un altro.

Quanto produrrebbero queste persone se il sistema smettesse semplicemente di consumarne una parte dell’energia?

Quasi cento miliardi di indizio

Qui i numeri diventano affascinanti.

Nel 2025 l’Italia ha registrato un avanzo commerciale complessivo di oltre 50 miliardi di euro.

Ma il dato veramente impressionante è un altro.

Tolti i prodotti energetici, l’avanzo commerciale italiano ha sfiorato 98 miliardi di euro.

Fermiamoci.

Un Paese vecchio.

Con pochi figli.

Con una crescita debole.

Con un costo fiscale del lavoro elevato.

Con notevoli differenze territoriali.

Con problemi infrastrutturali.

Con una burocrazia frequentemente percepita come pesante.

Con imprese spesso troppo piccole.

Eppure, quando vende al mondo ciò che sa fare, produce quasi cento miliardi di avanzo commerciale non energetico.

Questo non è folklore.

Non sono la pizza, il Colosseo o qualche vestito elegante.

È capacità produttiva.

È farmaceutica.

Sono macchinari.

È meccanica.

Sono metalli lavorati.

È agroindustria.

È componentistica.

Sono tecnologie nascoste dentro altre tecnologie.

Sono migliaia di imprese che spesso il pubblico italiano non conosce neppure.

Forse il vero Made in Italy non è un marchio.

È un comportamento evolutivo.

Il G7 come domanda, non come medaglia

Anche il G7 dovrebbe allora essere interpretato diversamente.

Non come una medaglia appuntata al petto.

E nemmeno come la dimostrazione che tutto vada bene.

Il G7 non è una graduatoria annuale delle sette economie meglio amministrate del mondo. È un raggruppamento politico ed economico di grandi democrazie industrializzate, nato in una determinata fase storica.

Ma il fatto che l’Italia continui a occupare quello spazio mentre attraversa da decenni molte delle fragilità ricordate rimane economicamente significativo.

Secondo la Banca Mondiale, nel 2024 il PIL italiano era pari a circa 2.381 miliardi di dollari.

Una massa economica enorme.

Quasi sessanta milioni di persone.

Milioni di imprese.

Una delle piattaforme industriali più articolate del continente.

Decine di sistemi territoriali specializzati.

Una capacità di esportazione globale.

Tutto questo nonostante una crescita del PIL che negli ultimi decenni è stata frequentemente inferiore a quella di molti Paesi comparabili.

È qui che il paradosso diventa quasi provocatorio.

Forse il problema italiano non è l’assenza di energia.

È la quantità di energia che perdiamo prima che possa trasformarsi in risultato.

L’Italia funziona per compensazione

Proviamo allora a formulare una teoria.

L’Italia è un sistema economico che funziona per compensazione.

Quando una procedura è inefficiente, qualcuno trova un modo.

Quando manca un’infrastruttura, si costruisce una relazione.

Quando il capitale è scarso, interviene la famiglia.

Quando l’organizzazione è debole, interviene l’esperienza.

Quando una norma è incomprensibile, nasce una professione che la interpreta.

Quando un territorio è periferico, un imprenditore prende un aereo.

Quando un’università fatica a trasferire tecnologia, qualcuno assume direttamente un ricercatore.

Quando lo Stato arriva tardi, la comunità spesso arriva prima.

Questa capacità di compensazione ha salvato il Paese infinite volte.

Ma contiene anche una trappola.

Perché un sistema capace di sopravvivere alle proprie inefficienze rischia di non avere mai abbastanza urgenza per eliminarle.

La resilienza può diventare anestesia.

Ci adattiamo così bene alle anomalie da renderle permanenti.

È forse questo uno dei grandi enigmi della modernizzazione italiana.

Non siamo un Paese inefficiente. Siamo un Paese che spreca efficienza.

La distinzione è decisiva.

Un Paese realmente incapace non avrebbe costruito questa economia.

Non avrebbe generato le imprese che possediamo.

Non avrebbe questi risultati commerciali.

Non avrebbe prodotto scienza, medicina, ingegneria, industria, design, cultura e tecnologia nella quantità che ancora produce.

L’Italia non manca di capacità.

Manca della capacità sistematica di moltiplicarla.

Ed è cosa molto diversa.

Abbiamo spesso eccellenze isolate dentro sistemi mediocri.

Persone straordinarie dentro organizzazioni ordinarie.

Imprese globali dentro ecosistemi locali fragili.

Ricercatori eccellenti dentro università sotto finanziate.

Medici straordinari dentro ospedali organizzativamente difficili.

Funzionari bravissimi dentro procedure concepite decenni prima.

Giovani brillantissimi dentro un mercato che non sempre sa riconoscerli.

Non è scarsità di talento.

È dispersione di talento.

La più grande politica industriale potrebbe essere togliere attrito

Da questa lettura deriva una conseguenza piuttosto radicale.

Forse l’Italia non ha bisogno soltanto di inventare nuovi incentivi.

Ha bisogno di liberare ciò che già esiste.

Ogni politica economica tende infatti ad aggiungere qualcosa.

Un fondo.

Un credito d’imposta.

Un bando.

Una nuova agenzia.

Un programma.

Una norma.

Un tavolo.

Una piattaforma.

Ma potrebbe esistere una politica industriale opposta.

Una politica della sottrazione.

Meno tempo amministrativo.

Meno incertezza normativa.

Meno norme sovrapposte.

Meno costo burocratico.

Più certezza del diritto.

Più rapidità della giustizia.

Più infrastrutture.

Più capitale paziente.

Più trasferimento tecnologico.

Più formazione tecnica.

Più attrazione dei talenti.

Più libertà di sperimentare.

Perché se un sistema riesce a produrre ciò che produce con questi attriti, la domanda strategica non dovrebbe essere soltanto come incentivarlo.

Dovrebbe essere:

che cosa accadrebbe se smettessimo di ostacolarlo?

La demografia cambia tutto

Qui però arriva il limite.

La resilienza non è infinita.

Nel 2025 la fecondità italiana è scesa a 1,14 figli per donna.

Questo numero è molto più importante di quanto sembri.

Perché una società può sopportare burocrazia.

Può sopportare tasse elevate.

Può persino sopportare governi mediocri, investimenti insufficienti e riforme incompiute.

Ma una società non può indefinitamente sostituire le persone che non nascono.

Il capitale economico si ricostruisce.

Il capitale finanziario si muove.

Le infrastrutture si realizzano.

Il capitale demografico richiede generazioni.

È questa probabilmente la frontiera oltre la quale la vecchia resilienza italiana non sarà più sufficiente.

Non possiamo chiedere a sempre meno giovani di mantenere sempre più anziani, sostenere il debito, finanziare welfare, innovare le imprese, presidiare territori, fare figli e contemporaneamente competere con società demograficamente più dinamiche.

La matematica, prima o poi, presenta il conto.

Un Paese antico non è necessariamente un Paese vecchio

Ma proprio qui si apre una possibilità.

Essere una società antica non obbliga a essere una società vecchia.

L’Italia potrebbe diventare il laboratorio mondiale della longevità produttiva, della robotica assistiva, della silver economy, dell’intelligenza artificiale applicata ai servizi pubblici, della medicina preventiva, della rigenerazione urbana, dell’automazione delle PMI, dell’immigrazione qualificata, della formazione permanente.

Potremmo trasformare ciò che oggi consideriamo soltanto un problema nel più grande campo sperimentale europeo.

Per farlo occorre però smettere di amministrare il declino.

Occorre progettare.

Il capitale invisibile

C’è infine un elemento che gli indicatori economici misurano male.

È il capitale informale.

Fiducia.

Famiglia.

Adattamento.

Bellezza.

Patrimonio.

Relazioni territoriali.

Conoscenze tacite.

Competenze tramandate.

Capacità artigiana.

Creatività.

Inventiva.

Improvvisazione.

L’improvvisazione italiana viene spesso raccontata come un difetto.

Talvolta lo è.

Ma l’improvvisazione è anche la capacità di produrre una soluzione quando il manuale non contiene ancora la risposta.

Ed esiste una sottile parentela tra improvvisazione e innovazione.

La prima diventa la seconda quando viene organizzata.

Forse è questo ciò che non abbiamo ancora imparato completamente a fare:

industrializzare il nostro talento nell’adattarci.

Dalla resilienza alla potenza

Qui dovrebbe iniziare una nuova agenda italiana.

Non chiedersi soltanto come correggere le debolezze.

Chiedersi come amplificare le forze.

Se milioni di persone riescono quotidianamente a compensare le inefficienze del sistema, la politica pubblica dovrebbe avere una missione quasi elementare, smettere di costringerle a compensarle.

Ogni ora sottratta alla burocrazia e restituita alla produzione.

Ogni giovane che può restare.

Ogni ricercatore che ritorna.

Ogni impresa che riesce a crescere.

Ogni autorizzazione che passa da dodici mesi a dodici giorni.

Ogni capitale che incontra un’idea prima che quell’idea parta per Londra, Berlino o Boston.

Ogni tecnologia trasferita da un’università a un’impresa.

Ogni donna che può scegliere di avere un figlio senza trasformare quella scelta in una penalizzazione professionale.

Sono punti di PIL.

Ma prima ancora sono punti di futuro.

Conclusione

Il Paese che ancora non abbiamo visto.

Forse allora abbiamo raccontato male l’Italia.

Abbiamo raccontato per trent’anni un Paese che non cresce.

Potremmo cominciare a studiare il Paese che, incredibilmente, continua a reggere.

Perché quella resistenza contiene un’informazione.

Dice che sotto gli indicatori, sotto le norme, sotto i governi, sotto le statistiche, esiste una quantità di energia economica e sociale che non siamo ancora riusciti a trasformare pienamente in sviluppo.

L’Italia non è nel G7 perché tutto funzioni.

Ed essere nel G7 non cancella nessuna delle sue fragilità.

La cosa interessante è quasi l’opposto.

L’Italia è ancora lì nonostante molte di esse.

Ed è difficile immaginare esperimento naturale più affascinante.

Un Paese che invecchia e continua a produrre.

Che fa pochi figli e continua a esportare.

Che tassa pesantemente il lavoro e continua a creare imprese.

Che complica e poi inventa.

Che rallenta e poi recupera.

Che sembra perennemente sul punto di perdere il futuro e, inspiegabilmente, trova ancora qualcuno disposto a costruirlo.

Ma attenzione.

Non possiamo trasformare il “nonostante tutto” nella nostra strategia nazionale.

Sopravvivere alle inefficienze è stato impressionante.

Il prossimo salto consiste nel non averne più bisogno.

Perché la domanda decisiva per l’Italia del XXI secolo non è se siamo ancora abbastanza forti da resistere.

Lo abbiamo già dimostrato.

La domanda è molto più ambiziosa:

che Paese diventerebbe l’Italia se, per una volta, tutta questa straordinaria energia non dovesse essere impiegata per superare l’Italia stessa?

Forse non lo sappiamo.

Perché quel Paese, in fondo, non lo abbiamo ancora mai visto.