di Nicola Pirina
Il problema della Sardegna non è la mancanza di eccellenze.
È che le eccellenze dichiarate troppo spesso non diventano sistemi eccellenti.
C’è una cosa della Sardegna che da tempo non riesco a spiegarmi.
Siamo tutti bravissimi.
Abbiamo i migliori medici, i migliori professori, i migliori imprenditori, i migliori ricercatori, i migliori amministratori, i migliori prodotti, il miglior cibo, le migliori spiagge, le migliori tradizioni. Ogni organizzazione è un’eccellenza. Ogni progetto è innovativo. Ogni iniziativa è strategica. Ogni convegno racconta un primato. Ogni comunicato stampa annuncia una svolta.
Poi però, quando usciamo dai comunicati stampa ed entriamo nella vita reale, qualcosa non torna.
Perché una regione abitata da così tante eccellenze dovrebbe essere ancora classificata fra le regioni meno sviluppate? Non è un insulto e neppure un’opinione: è una categoria definita sulla base di parametri economici precisi.
Come è possibile avere così tanti migliori e ottenere, collettivamente, risultati tanto lontani dal meglio?
Forse perché abbiamo confuso l’eccellenza con l’autoproclamazione.
E soprattutto perché abbiamo dimenticato che l’eccellenza individuale non coincide con l’eccellenza di un sistema.
Un grande medico dentro un ospedale che non funziona rimane un grande medico, ma l’ospedale non diventa eccellente.
Un grande professore dentro un’università che non riesce a incidere abbastanza sul territorio rimane un grande professore, ma non trasforma automaticamente quel territorio.
Un imprenditore straordinario può costruire un’azienda straordinaria, ma se intorno a lui non nascono filiere, competenze, fornitori, capitale, ricerca e nuove imprese, abbiamo prodotto un’eccezione, non un ecosistema.
E un’eccezione, per quanto meravigliosa, non è sviluppo.
Non servono classifiche sofisticate.
Basta uscire di casa.
Siamo nel 2026 e continuiamo a parlare del riuso dell’acqua depurata come di un’innovazione.
In un’isola. In un’isola mediterranea.
In un territorio che conosce la siccità, nel quale il cambiamento climatico renderà la disponibilità d’acqua sempre più preziosa.
Eppure.
In un’isola che nei prossimi decenni dovrà considerare ogni metro cubo d’acqua quasi come una materia prima strategica.
Forse è arrivato il momento di capovolgere il ragionamento.
L’acqua che esce da un depuratore non dovrebbe essere considerata uno scarico da rendere compatibile con l’ambiente.
Dovrebbe essere considerata una risorsa industriale da recuperare.
E nelle nuove costruzioni dovrebbe sembrare assurdo utilizzare acqua potabile per scaricare un WC.
Le case dovrebbero essere progettate con reti duali, recupero delle acque meteoriche, riuso delle acque grigie, sensori, accumulo, sistemi intelligenti.
Non come esperimento.
Come standard.
Perché l’innovazione vera comincia quando smette di essere una sperimentazione.
Anche sui rifiuti.
Nel 2024 ha raggiunto il 76,6 per cento di raccolta differenziata, è un risultato importante e va riconosciuto, ma proprio questo risultato dovrebbe aprire la fase successiva.
Perché raccogliere separatamente plastica, carta, vetro, metalli e organico è soltanto metà del lavoro.
La domanda, nel 2026, dovrebbe essere quanto valore riusciamo a produrre in Sardegna con quella materia.
Dove finisce la plastica che raccogliamo?
Dove viene trasformata?
Dove ritorna materia prima seconda?
Quanta carta diventa nuovamente carta nell’isola?
Quanto vetro ritorna prodotto?
Quanto dell’umido diventa compost di qualità, biometano, fertilizzante, energia?
Quante imprese sono nate attorno a queste filiere?
Quanti brevetti?
Quanti posti di lavoro?
Quanto valore aggiunto?
Perché una vera economia circolare non consiste nel mettere correttamente cinque contenitori davanti a casa.
Consiste nel fare in modo che quello che ieri chiamavamo rifiuto domani diventi materia, energia, industria e lavoro.
Questa dovrebbe essere una delle più grandi missioni industriali della Sardegna.
Un’isola, proprio perché isola, dovrebbe essere ossessionata dalla chiusura dei cicli.
Acqua.
Energia.
Materia.
Cibo.
Rifiuti.
Dati.
Mobilità.
Il punto allora non è dire che in Sardegna non esistano persone eccezionali.
Sarebbe ridicolo.
Esistono medici straordinari, ricercatori straordinari, imprenditori coraggiosi, insegnanti meravigliosi, amministratori competenti, tecnici eccellenti, ragazzi con una preparazione impressionante.
Il problema è un altro.
Non siamo ancora abbastanza bravi a trasformare le persone eccellenti in istituzioni eccellenti.
E questa differenza cambia tutto.
Forse abbiamo coltivato troppo a lungo una cultura del campione e troppo poco una cultura del sistema.
Cerchiamo il primario straordinario anziché costruire l’ospedale straordinario.
Il professore straordinario invece dell’università straordinaria.
L’imprenditore illuminato invece della filiera industriale.
Il sindaco visionario invece del Comune capace di funzionare bene indipendentemente dal sindaco.
Il funzionario eroico invece dell’amministrazione progettata affinché nessuno debba essere un eroe per ottenere un risultato normale.
È un errore enorme.
Le società avanzate non sono quelle nelle quali ogni mattina qualcuno deve compiere un miracolo, sono quelle nelle quali non serve il miracolo.
E mentre discutiamo di quanto siamo bravi, la struttura demografica dell’isola continua a mandarci un messaggio piuttosto chiaro.
Solo saldi negativi.
Ma non serve una liturgia del declino.
Serve comprensione dei fenomeni.
Quando un giovane parte, non sta necessariamente condannando la Sardegna. Sta scegliendo il luogo nel quale ritiene di poter costruire meglio la propria vita.
Quando un ricercatore resta fuori, quando un professionista non ritorna, quando un’impresa decide di crescere altrove, quella scelta contiene informazioni.
Dobbiamo avere il coraggio di ascoltarle, non basta chiedere ai giovani di restare.
Bisogna costruire una Sardegna nella quale abbia senso restare.
E persino una Sardegna nella quale qualcuno che non è mai nato qui possa desiderare di venire.
Questa sarebbe una misura molto più interessante del nostro successo.
C’è infine una sensazione più difficile da mettere dentro una statistica.
È quella di un mondo che cerca disperatamente di sopravvivere a se stesso.
Piccole rendite.
Piccoli equilibri.
Piccole appartenenze.
Piccole zone di conforto.
Quel rassicurante universo nel quale tutti conoscono qualcuno, ogni cambiamento minaccia qualcosa e ogni innovazione è bellissima purché non modifichi davvero l’esistente.
Un piccolo mondo antico.
Solo che quel mondo, in buona parte, è già finito.
Non lo abbiamo ancora compreso perché la storia possiede una strana inerzia, le società continuano per qualche tempo a rappresentarsi come erano anche quando sono già diventate altro.
Il vento del cambiamento arriva prima.
La consapevolezza arriva dopo.
E spesso il funerale arriva molto dopo la morte.
Per questo non credo serva conservare tutto.
Serve decidere che cosa meriti di attraversare il futuro.
La lingua.
La cultura.
Il paesaggio.
Le comunità.
La memoria.
La straordinaria relazione tra uomo e territorio che ha generato questa isola.
Queste cose vanno difese.
Ma difendere una cultura non significa imbalsamarla.
Una civiltà che non evolve non viene conservata.
Viene musealizzata.
Allora facciamola davvero, questa eccellenza.
Dimostriamola davvero.
Non con un premio.
Non con un titolo.
Non con una conferenza.
Non con un post.
Lasciando qualcosa che funzioni meglio di come l’abbiamo trovato.
Se sei un grande ricercatore, fai nascere qualcosa che prima non esisteva.
Se sei un imprenditore, prova a generare una filiera.
Se sei un professore, crea persone migliori di te.
Se amministri, costruisci un pezzo di macchina pubblica che continui a funzionare quando tu non ci sarai più.
Se sei un ingegnere, progetta l’acqua del 2050.
Se lavori nell’energia, immagina un’isola capace di produrre energia rinnovabile senza devastare ciò che pretende di salvare.
Se ti occupi di rifiuti, smetti di pensare ai rifiuti e comincia a pensare alle materie prime.
Se costruisci case, costruisci edifici che consumino pochissima energia e pochissima acqua.
Se insegni a dei bambini, preparali per un mondo che ancora non conosci.
E se sei giovane, soprattutto, non accettare l’idea che tutto sia già stato deciso.
Perché non lo è.
La Sardegna possiede una caratteristica.
È abbastanza piccola da poter cambiare rapidamente e abbastanza grande da poter sperimentare quasi tutto.
Abbiamo università.
Centri di ricerca.
Imprese.
Sole.
Vento.
Acqua di mare.
Spazio.
Agricoltura.
Biodiversità.
Competenze digitali.
Una popolazione sufficientemente contenuta da rendere possibili trasformazioni sistemiche che altrove richiederebbero dimensioni enormi.
Possiamo sperimentare reti energetiche avanzate.
Comunità autosufficienti.
Riuso integrale dell’acqua.
Agricoltura di precisione.
Economia circolare.
Mobilità intelligente.
Telemedicina.
Intelligenza artificiale applicata ai servizi pubblici.
Nuovi modelli educativi.
Nuove forme di partecipazione.
Nuove politiche demografiche.
Possiamo diventare un luogo nel quale il futuro viene provato prima.
Ma c’è una condizione.
Dobbiamo smettere di utilizzare la parola eccellenza come un aggettivo.
Dobbiamo utilizzarla come un obbligo.
Perché essere eccellenti significa misurare.
Confrontare.
Correggere.
Copiare senza vergogna ciò che altri fanno meglio.
Sperimentare.
Fallire.
Riprogettare.
E soprattutto portare a termine.
La Sardegna non ha bisogno dell’ennesima idea brillante.
Di idee ne abbiamo avute migliaia.
Ha bisogno di una cultura dell’esecuzione.
Di qualcuno che dica questa cosa non è mai stata fatta, bene, facciamola.
Questo problema esiste da quarant’anni?
Bene.
Risolviamolo.
Dicono che sia troppo difficile?
Studiamolo meglio.
Serve cambiare una norma?
Cambiamola.
Serve tecnologia?
Costruiamola.
Serve chiamare qualcuno più bravo di noi?
Chiamiamolo.
Serve ammettere che abbiamo sbagliato?
Facciamolo in fretta.
Perché non c’è nulla di meno intelligente che difendere un errore soltanto perché porta la nostra firma.
Non sogno una Sardegna prima nelle classifiche (anche se mi piacerebbe).
Sarebbe persino un obiettivo troppo piccolo.
Sogno una Sardegna che abbia finalmente il coraggio di diventare necessaria al futuro.
Abbiamo quindi abbastanza forza per non concederci più l’alibi della debolezza.
E abbastanza intelligenza per smettere di raccontarci favole.
Forse la prima rivoluzione di cui abbiamo bisogno è proprio questa.
Smettere di dichiararci eccellenti.
E cominciare ad esserlo.
Non individualmente.
Insieme.
Perché alla fine una regione non è eccellente quando possiede cento persone straordinarie.
È eccellente quando una persona normale può aprire un rubinetto, prendere un autobus, entrare in un ospedale, mandare un figlio a scuola, aprire un’impresa, trovare un lavoro, smaltire un rifiuto, costruire una casa e progettare il proprio futuro scoprendo che, semplicemente, le cose funzionano.
Tutto il resto è storytelling.
