di Nicola Pirina
C’è un numero che racconta l’Italia meglio di molte campagne elettorali, di molti talk show e probabilmente di qualche centinaio di pagine di programma politico.
34.105.072.
Sono gli italiani che, sui 42,8 milioni di contribuenti censiti nelle dichiarazioni relative ai redditi del 2024, hanno effettivamente versato almeno un euro di IRPEF.
Non è una stima giornalistica. È il dato ufficiale del Dipartimento delle Finanze, ripreso e analizzato nella XIII Indagine sulle entrate fiscali del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentata il 24 settembre 2026 al CNEL.
Il resto della fotografia è ancora più interessante.
In Italia ci sono circa 59 milioni di residenti. Rapportando popolazione e contribuenti, circa 24,8 milioni di persone non versano IRPEF.
Attenzione, perché le parole contano.
Non significa che abbiamo venticinque milioni di evasori.
Dentro quella cifra ci sono bambini, studenti, persone fiscalmente a carico, cittadini senza reddito, disoccupati, persone fragili e contribuenti che, per effetto delle detrazioni e delle soglie di esenzione, arrivano legittimamente a imposta zero.
Ma resta un fatto.
Il finanziamento dello Stato sociale italiano poggia su una porzione sorprendentemente piccola della popolazione.
E più si sale nella distribuzione dei redditi, più questa concentrazione diventa evidente.
Secondo l’Osservatorio, chi dichiara più di 35.000 euro lordi l’anno rappresenta appena il 18,78% dei contribuenti, ma paga circa il 65% dell’intera IRPEF.
Allargando lo sguardo anche alla fascia tra 29.000 e 35.000 euro, poco più del 30% dei contribuenti sostiene quasi il 79% del gettito IRPEF.
È utile soffermarsi un istante sulla soglia.
Trentacinquemila euro lordi.
Non stiamo parlando di plutocrati che sorseggiano champagne sul ponte di uno yacht ormeggiato a Montecarlo.
Stiamo parlando, molto spesso, di un impiegato qualificato, di un funzionario, di un tecnico, di un piccolo imprenditore, di un professionista, di una coppia che lavora.
Quello che una volta avremmo chiamato, senza troppe complicazioni, ceto medio.
E poi arrivano i redditi più alti.
I contribuenti che dichiarano oltre 300.000 euro lordi all’anno sono appena 58.700. Lo 0,1% circa della popolazione. Eppure, da soli, versano secondo l’indagine circa 14 miliardi di euro di IRPEF, il 6,49% del totale considerato dallo studio.
Sommando le fasce sopra i 100.000 euro arriviamo a circa 745.000 contribuenti: meno del 2% dei contribuenti effettivi, cui viene attribuito oltre il 22% dell’IRPEF complessiva.
Numeri.
Nient’altro che numeri.
Ma quando i numeri diventano così sproporzionati, smettono di essere statistica e cominciano a diventare una domanda politica, economica e perfino morale.
In Italia abbiamo progressivamente confuso tre concetti completamente diversi.
Ricchezza, reddito e capacità contributiva.
Chi guadagna 35.000, 50.000 o 70.000 euro lordi viene spesso collocato, nel dibattito pubblico, nella parte fortunata della società.
Formalmente è vero, sta meglio di chi vive con 10.000 euro l’anno.
Ma tra stare meglio ed essere ricchi esiste un continente.
Un lavoratore con 50.000 euro lordi non dispone di 50.000 euro.
Prima ancora di decidere come vivere, una parte rilevante del suo reddito è già stata destinata allo Stato. Poi arriveranno IVA, accise, imposte locali, tributi immobiliari dove dovuti, costi energetici, carburanti, servizi, previdenza.
Ed è proprio qui che comincia la distorsione.
Abbiamo costruito un sistema che tende a concentrare contemporaneamente sullo stesso individuo tre funzioni.
Produrre reddito, finanziare il welfare e contribuire alla redistribuzione.
Tutto legittimo.
Anzi, necessario.
La progressività fiscale è uno dei grandi strumenti attraverso i quali una società civile impedisce che il destino di una persona venga deciso esclusivamente dalla famiglia nella quale nasce.
Il problema arriva quando la progressività perde gradualità e diventa concentrazione.
Quando una base relativamente ristretta di cittadini deve sostenere una porzione crescente della macchina collettiva.
Quando aumentare il proprio reddito significa rapidamente perdere agevolazioni, incrementare aliquote, superare soglie, diventare troppo ricchi per ricevere e non abbastanza ricchi per non accorgersi di quanto si paga.
È una zona strana dell’esistenza economica italiana.
Potremmo chiamarla la classe dei troppo ricchi per essere aiutati e troppo normali per sentirsi ricchi.
Ed è molto più grande di quanto immaginiamo.
Sarebbe però intellettualmente disonesto fermarsi qui.
Perché esiste un altro numero.
Nel 2024 in Italia vivevano in povertà assoluta 5,7 milioni di persone, il 9,8% della popolazione. Tra i minori l’incidenza raggiungeva il 13,8%.
Dunque qualcosa non torna.
Se redistribuiamo tanto e continuiamo ad avere milioni di poveri, il problema non può essere soltanto quanto redistribuiamo.
Deve essere anche come.
Ed è forse questa la vera anomalia italiana.
Riusciamo nella non banale impresa di avere contemporaneamente persone che percepiscono di essere tassate eccessivamente e persone che, pur vivendo dentro uno Stato ad altissima redistribuzione, continuano a essere povere.
I primi si sentono spremuti.
I secondi non si sentono salvati.
Non sembra esattamente il trionfo dell’ingegneria istituzionale.
Poi esiste l’elefante nella stanza.
L’evasione.
La fotografia delle dichiarazioni dei redditi fotografa, per definizione, i redditi dichiarati.
Ed è qui che nasce una delle ingiustizie più corrosive di un sistema fiscale.
Per chi percepisce uno stipendio o una pensione, la trasparenza fiscale non è una scelta: il reddito è conosciuto a monte.
Per altre categorie la capacità di occultamento può essere maggiore.
Significa che due cittadini con identica capacità economica reale possono apparire completamente diversi davanti allo Stato.
Uno paga di più e accede a meno agevolazioni.
L’altro può pagare meno e contemporaneamente risultare formalmente più povero.
Non è solo evasione fiscale.
È una forma di doppia redistribuzione inversa.
Il cittadino corretto paga il servizio e, attraverso il proprio reddito dichiarato, può perfino finanziare l’agevolazione riconosciuta a chi dichiara meno di quanto realmente possiede.
Qui la questione smette di essere contabile.
Diventa fiducia.
Perché una comunità fiscale esiste soltanto finché chi rispetta le regole continua a considerare ragionevole rispettarle.
Il welfare non dovrebbe proteggere la povertà. Dovrebbe sconfiggerla.
C’è poi un equivoco culturale ancora più grande.
Abbiamo finito per misurare la bontà delle politiche sociali attraverso il denaro distribuito.
Più bonus.
Più trasferimenti.
Più agevolazioni.
Più beneficiari.
Ma il successo di un sistema di welfare dovrebbe misurarsi esattamente al contrario.
Da quante persone riesce a rendere autonome.
Un buon sistema sociale deve prendere chi cade e rimetterlo in piedi.
Deve accompagnare un giovane verso il lavoro.
Una famiglia fragile verso la stabilità.
Un disoccupato verso nuove competenze.
Un bambino povero verso un’istruzione che gli consenta di non ereditare la condizione economica dei genitori.
Una persona malata verso la cura.
Un anziano fragile verso la dignità.
Il welfare migliore non è quello che crea il maggior numero di beneficiari.
È quello che, quando possibile, riesce a non averne più bisogno.
Naturalmente resteranno persone che dovremo sostenere sempre.
Ed è esattamente per loro che una società degna di questo nome deve essere generosa.
Ma confondere l’assistenza con l’emancipazione significa condannare generazioni intere a una cittadinanza dipendente.
C’è infine una questione che riguarda il futuro.
Uno Stato può redistribuire soltanto ciò che qualcuno, prima, ha prodotto.
Sembra banale.
Non lo è affatto.
Prima della tassa deve esserci un reddito.
Prima del welfare deve esserci valore.
Prima della redistribuzione deve esserci qualcosa da distribuire.
Se le persone più produttive, le professionalità più qualificate, gli imprenditori e chi assume rischi percepiscono che ogni salto in avanti produce soprattutto un aumento della pressione fiscale e la perdita di servizi e agevolazioni, lentamente modificheranno il proprio comportamento.
Non smetteranno tutti di lavorare.
Il mondo reale è meno elementare dei modelli economici.
Ma alcuni lavoreranno meno.
Altri investiranno altrove.
Altri ancora se ne andranno.
Qualcuno troverà sistemi legalissimi per ridurre la propria esposizione fiscale.
E il Paese avrà ottenuto il risultato opposto a quello desiderato: tentando di finanziare la redistribuzione avrà ridotto la propria capacità futura di finanziarla.
Allora forse dovremmo smettere di discutere soltanto se le tasse debbano essere alte oppure basse.
È una discussione del Novecento.
La domanda interessante è come costruire un sistema nel quale contribuire alla comunità sia percepito come giusto.
Significa allargare la base imponibile invece di spremere continuamente quella già emersa.
Significa contrastare l’evasione non soltanto perché sottrae denaro allo Stato, ma perché rompe il principio più elementare di una comunità, che persone nelle stesse condizioni siano trattate nello stesso modo.
Significa rendere il fisco semplice, comprensibile e prevedibile.
Significa evitare scalini assurdi nei quali pochi euro di reddito in più fanno perdere benefici molto maggiori.
Significa costruire un welfare capace di distinguere chi non può contribuire da chi può essere accompagnato a farlo.
Significa investire molto di più in istruzione, competenze, lavoro, prevenzione sanitaria, infanzia e mobilità sociale.
Significa, soprattutto, smettere di considerare chi produce reddito come una risorsa inesauribile e chi riceve assistenza come una categoria immutabile.
Perché nessuno dei due lo è.
Io credo profondamente nella redistribuzione.
Ma proprio perché ci credo, penso che dobbiamo pretendere che funzioni.
Pagare le tasse è uno dei gesti più concreti attraverso cui riconosciamo che non viviamo soli.
Con quelle imposte curiamo qualcuno che non conosceremo mai.
Mandiamo a scuola un bambino che non è nostro figlio.
Manteniamo una strada sulla quale forse non passeremo.
Paghiamo un vigile del fuoco che speriamo di non dover chiamare.
Garantiamo una pensione a qualcuno che ha lavorato prima di noi.
Questa cosa ha una bellezza enorme.
È una delle invenzioni più straordinarie della civiltà.
Ed è proprio per questo che non possiamo permettere che venga percepita come un’ingiustizia.
La solidarietà obbligatoria funziona soltanto quando conserva una propria legittimità morale.
Quando chi contribuisce sente che anche gli altri stanno facendo la loro parte.
Quando chi riceve non viene umiliato.
Quando chi evade non viene premiato.
Quando chi cresce non viene punito.
Quando chi cade viene aiutato a rialzarsi.
E quando chi davvero non potrà rialzarsi da solo sa che nessuno lo lascerà indietro.
Questa non è una richiesta di meno solidarietà.
È una richiesta di solidarietà migliore.
Perché un mondo più equo è possibile.
Ma equità non significa che tutti debbano pagare la stessa cifra.
E nemmeno che qualcuno debba pagare per tutti.
Significa chiedere di più a chi può dare di più, chiedere qualcosa a chi può dare qualcosa e dare molto a chi ha davvero bisogno.
Senza furbi.
Senza invisibili.
Senza cittadini di serie A e contribuenti-bancomat di serie B.
Forse il futuro dello Stato sociale comincia proprio da qui.
Da una frase molto semplice, quasi infantile.
Ciascuno secondo le proprie possibilità.
A ciascuno secondo i propri bisogni.
Ma dentro un patto in cui nessuno bara.
Perché la giustizia fiscale non consiste nel decidere chi spremere.
Consiste nel fare in modo che una comunità intera possa guardare il conto e pensare, finalmente, sì, è giusto così.
