Perché la leggi sull’IA non bastano — e la Sardegna può scriverne il capitolo mancante.
Il 10 giugno 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato i decreti attuativi della legge n. 132 del 2025. L’Italia diventa così il primo Paese dell’Unione europea a dotarsi di un quadro nazionale organico sull’intelligenza artificiale, allineato all’AI Act. Mette l’uomo al centro, impone la tracciabilità dei processi, riserva a una persona fisica la decisione finale.
Tutto giusto.
E tutto, temo, insufficiente.
Perché c’è una domanda che la legge non pone, da cui dipendono i prossimi venticinque anni: l’uomo al centro — sì, ma al centro di quale architettura e progettata da chi?
La legge n. 132/2025 fonda l’IA italiana sull’antropocentrismo: una persona fisica resta titolare della decisione finale.
È un antropocentrismo dell’ultimo anello: tutela chi decide, non la comunità che governa il sistema dentro cui quella decisione è già stata pre-formata.
Senza un soggetto territoriale che governi l’architettura, l’antropocentrismo diventa apolide: l’uomo al centro, ma senza una terra che possieda il sistema attorno a lui.
Il pezzo mancante è la sovranità cognitiva territoriale: la capacità di un territorio di co-governare le architetture computazionali che plasmano la propria comunità.
Cominciamo col dare a Roma quel che è di Roma.
La 132/2025 non è una norma di facciata. Affida la vigilanza all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale e le notifiche ad AgID, interviene in modo organico su sanità, lavoro, pubblica amministrazione, giustizia e formazione e con l’articolo 23 mette sul tavolo fino a un miliardo di euro per startup e filiere strategiche.
Soprattutto, sceglie un principio filosofico esplicito: l’IA è strumento al servizio della persona, non il contrario. In un’epoca in cui la maggior parte dei legislatori insegue la tecnologia con anni di ritardo, l’Italia ha avuto il coraggio di mettere per iscritto una gerarchia di valori. Va riconosciuto.
Il problema non è ciò che la legge dice. È ciò che, per costruzione, non può dire.
Quando la legge garantisce che “la decisione finale spetta a una persona fisica”, colloca l’uomo in un punto preciso della catena: l’ultimo anello. L’essere umano approva, valida, firma. Ma ogni sistema di intelligenza artificiale è una catena lunga e gli anelli che contano davvero stanno all’inizio: chi sceglie i dati di addestramento, chi pesa il modello, chi decide quali alternative compaiono e quali no, chi disegna l’interfaccia entro cui la scelta è
già stata ristretta prima ancora di arrivare a noi.
Immaginiamo un funzionario a Cagliari che approva una decisione amministrativa suggerita da un modello. Sulla carta è il dominus: ha l’ultima parola, come vuole la legge.
Nei fatti, quel modello è stato addestrato altrove, calibrato altrove, ospitato nei datacenter di un hyperscaler a settemila chilometri di distanza, secondo criteri che nessuno in Sardegna ha scritto, visto o potuto contestare. Quell’uomo è “al centro” nel senso giuridico, ed è cognitivamente colonizzato nel senso reale.
Sceglie tra opzioni che non ha definito, dentro una cornice che non possiede.
Questo è il punto cieco.
La legge tutela l’uomo che decide.
Non tutela la comunità che dovrebbe governare l’architettura entro cui quella decisione diventa pensabile.
E un antropocentrismo che si ferma all’ultimo anello rischia di essere una rassicurazione, non una sovranità.
Chiamiamolo con il suo nome: antropocentrismo apolide.
L’uomo è dichiarato al centro, ma è un uomo senza terra — privo di una comunità territoriale che possieda, governi e sappia leggere il sistema che lo circonda.
È un centro senza radici. E un centro senza radici, prima o poi, è un centro che obbedisce.
La storia ci ha insegnato che la sovranità non si esercita sull’atto finale, ma sull’infrastruttura che rende possibili gli atti. Non si è sovrani perché si vota: si è sovrani se si controlla chi scrive le regole del voto. Allo stesso modo, nell’età dell’IA non si è sovrani perché un umano clicca “approva”: si è sovrani se la comunità governa l’architettura che produce ciò che quell’umano può approvare. Václav Havel lo direbbe a modo suo: il potere dei senza potere non sta nel partecipare al rito, ma nel rifiutare di vivere nella menzogna che il rito nasconde. Oggi la menzogna possibile è proprio questa — credere che mettere una firma umana in fondo basti a renderci padroni del sistema.
La sovranità cognitiva territoriale è la capacità di un territorio di governare le architetture computazionali — dati, modelli, infrastrutture di calcolo — che plasmano la vita della propria comunità, anziché riceverle progettate altrove. Non è autarchia tecnologica, non è chiudersi: è la differenza tra ospitare un sistema e co-governarlo, tra essere mercato di consumo di un’intelligenza e essere comunità di progetto della propria.
È il capitolo che la legge nazionale non può scrivere, per una ragione strutturale: una legge governa dal centro, mentre le architetture cognitive si depositano alla periferia, nei luoghi concreti dove le persone lavorano, si curano, studiano, decidono. Lo Stato può fissare i principi. Solo un territorio può abitarli. Per questo la sovranità cognitiva nazionale resta incompiuta finché non diventa sovranità cognitiva territoriale.
È il completamento dell’antropocentrismo, non la sua negazione.
E qui arriva l’inversione che cambia tutto.
Siamo abituati a pensare alle aree interne, alle isole, ai margini come ai luoghi dove la tecnologia arriva per ultima.
Capovolgiamolo: il margine è il luogo dove la sovranità è possibile, proprio perché il centro è troppo catturato, troppo denso di interessi consolidati per ridisegnarsi.
Elinor Ostrom ha dimostrato che i beni comuni si governano meglio in sistemi delimitati, dove la comunità riconosce i propri confini e le proprie regole.
Un’isola non è un limite. È la condizione ideale di un laboratorio.
C’è poi il tessuto economico.
Un consorzio come CIS Sardegna — decine di imprese tecnologiche che mettono in comune competenze — è la forma istituzionale di una governance territoriale dell’IA: non un hyperscaler che impone uno stack, ma una comunità di imprese che lo progetta.
E c’è la frontiera dell’IA cooperativa: la cooperativa di dati, lo stack costruito sul territorio, le tecniche di pseudonimizzazione, dati sintetici e apprendimento federato che permettono di valorizzare i dati senza espropriarli. Qui la cooperativa non è folklore mutualistico: è la forma di proprietà che rende vero l’uomo al centro, perché è la comunità a possedere l’architettura. Ostrom incontra l’art. 10c del Data Governance Act
europeo, e trova in Non manca nemmeno l’ancoraggio morale. Magnifica Humanitas, al paragrafo 67, colloca
brevetti, algoritmi e piattaforme dentro la destinazione universale dei beni: la critica più radicale alla concentrazione tecnologica oggi disponibile nello spazio pubblico non arriva da un think tank della Silicon Valley, ma dalla dottrina sociale.
La sovranità cognitiva cooperativa ne è la traduzione istituzionale concreta.
La sovranità non si proclama, si attrezza.
Servono quattro movimenti, che insieme formano una governance adattiva del territorio.
Radicamento.
Mappare quali architetture cognitive già operano sul territorio — nella sanità, nella pubblica amministrazione, nelle imprese — e chi le controlla davvero. Non si governa ciò che non si vede.
Anticipazione.
Leggere a cinque, dieci, venticinque anni quali decisioni comunitarie verranno progressivamente delegate a sistemi automatici, e presidiarle prima che la delega diventi irreversibile.
Portafoglio.
Decidere consapevolmente cosa costruire, cosa acquistare e cosa mettere in comune: build, buy o commons. La sovranità non è fare tutto in casa; è scegliere con cognizione di causa, anziché subire il default di chi vende.
Governance adattiva e trasparente.
Strutture — consorzi, cooperative di dati, tavoli pubblici — che possano correggere la rotta nel tempo, sotto lo sguardo della comunità. La trasparenza radicale qui non è una virtù estetica: è il meccanismo che rende possibile la sovranità, perché non si governa ciò che resta opaco.
Proviamo a guardare lontano, che è l’unico modo serio di guardare.
Tra venticinque anni l’Europa sarà divisa in due tipi di territori.
I primi avranno fatto la cosa apparentemente ragionevole: si saranno conformati.
Avranno rispettato la legge, adottato sistemi efficienti progettati altrove, messo diligentemente un umano in fondo a ogni catena. E saranno colonie cognitive — efficienti, regolari, irrilevanti. L’uomo formalmente al centro, la comunità di fatto al margine.
I secondi avranno fatto la cosa difficile: avranno costruito sovranità sulle proprie architetture. Saranno gli unici luoghi d’Europa in cui l’antropocentrismo della legge sarà diventato vero, perché abitato da una terra che possiede il proprio sistema. Saranno le Sovereign Edge Region: territori di confine che, invece di subire la frontiera tecnologica, la governano.
La legge n. 132 ha messo l’uomo al centro.
Tocca a noi dargli una terra.
Perché un uomo al centro di nessun luogo non è sovrano, è soltanto solo.
